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Fotovoltaico: in Italia le performance possono migliorare

Il parco degli impianti fotovoltaici italiani può migliorare le proprie performance. Le rilevazioni eseguite su un campione di impianti fotovoltaici da RSE, infatti, affermano che gli impianti fotovoltaici del Bel Paese lavorano a un 10% in meno, rispetto a ciò che potrebbero fare. RSE afferma che oggi un impianto fotovoltaico funzionante in maniera ottimale presenta valori di Performance Ratio (PR) di circa 80-85%. Bene dall’indagine eseguita da RSE il PR medio in Italia è di 75%. E non si tratta di una cosa da poco se ricalcoliamo il tutto in elettricità.

Nel 2015 il fotovoltaico ha prodotto 24,6 TWh mentre avrebbe dovuto produrre, secondo le stime calcolate dal RSE 27,9 TWh. Mancano all’appello, quindi, ben 3,3 TWh, oltre il 10%.

A parità di potenza installata.

Un danno per il paese, perché vede aggravato il proprio conto delle emissioni climalteranti, ma soprattutto per i proprietari degli impianti che hanno visto diminuire, con la produzione elettrica, anche gli introiti dell’incentivazione in conto energia. le ragioni di ciò sono diverse.

Il principale è il degrado fisiologico delle prestazioni che dipende anche dal materiale utilizzato nella realizzazione dei pannelli, secondo le stime del NREL statunitense che conduce uno studio comparato con impianti sperimentali effettivamente esistenti – non un’approssimazione fatta con algoritmi e modelli matematici – il silicio cristallino è il migliore per quanto riguarda il degrado annuo rispetto alla potenza nominale, con un 0,8% all’anno, mentre il film sottile può arrivare a un 2,1% anno di diminuzione. Il dato relativo al silicio è in linea con le garanzie date dai produttori che dichiarano, e garantiscono, una diminuzione delle prestazioni energetiche dei pannelli fotovoltaici del 20% in 25 anni.

Altre questioni circa la diminuzione di produzione energetica sono quelle legate ai danneggiamenti delle connessioni elettriche, al PID (Potential Induced Degradation), a malfunzionamenti dei diodi di bypass, agli hot spots, a dei problemi con l’incapsulante e così via.

Tutto ciò si incrocia con la tecnologia con la quale è stato realizzato il modulo, la sua qualità produttiva, i materiali realizzati, ai quali bisogna aggiungere la condizioni climatiche e la realizzazione complessiva dell’impianto.

Questione quest’ultima cosa è importante perché in alcuni casi può essere successo che si sia realizzato l’impianto molto velocemente e con tempi ristretti, non badando troppo alla tipologia dell’approvvigionamento dei materiali e con un’installazione rapida, per poter accedere agli incentivi migliori, magari sotto scadenza di un Conto energia.

Si tratta di fenomeni che interessano più i piccoli e medi impianti che quelli grandi. Per una ragione ovvia. Gli impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, visto che afferiscono a soggetti industriali, sono, di solito, mantenuti, controllati e monitorati meglio di quelli medi piccoli che spesso sono meno o per nulla verificati. Ombreggiamenti, perdite di produzione, sporcizia dei pannelli, problemi elettrici sono tutte questioni che possono portare a perdite di produzione anche importanti e che possono essere evitate con un monitoraggio della produzione costante.

Sergio Ferraris
Sono nato a Vercelli, vivo e lavoro a Roma e faccio ilgiornalista scientifico occupandomi principalmente d’ambiente, energia, scienza e tematiche sociali correlate. Sono direttore della rivista edita da Legambiente e Kyoto Club, QualEnergia, dedicata al mondo dell’energia, che ha come direttore scientifico Gianni Silvestrini. Sono stato premiato come “Reporter per la Terra 2015” da Earth Day Italia e dal Ministero dell’Ambiente.

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